Le storie del Giro d’Italia

Girardengo si ferma qui

È il 2 giugno 1921: non è ancora festa in Italia perché la Repubblica è di là da venire e c’è ancora la Monarchia, ma il Giro d’Italia di ciclismo è già una festa di popolo: si corre infatti da oltre un decennio e quella in corso è già la nona edizione. Solo la Grande Guerra lo ha, parzialmente, fermato, non permettendo la disputa delle edizioni dal 1915 al 1918.
In quel 1921 poi,  l’Italia del calcio, quella di Combi e Meazza, di Rosetta e Schiavio, del Ct Pozzo, non ha ancora vinto i Mondiali e il ciclismo, assieme ai motori, la fa dunque da padrone nel suscitare l’entusiasmo della gente lungo le strade.
Il Giro d’Italia, insomma, è un evento imperdibile e chi si affaccia sugli sterrati polverosi della penisola, tra ghiaia e buche, vuole vedere gareggiare soprattutto lui, Costante Girardengo.

Giro d'Italia 1921: un solo favorito

A quel Giro del 1921 il più celebre dei ciclisti non può che presentarsi da favorito, anche se non ha concluso l’edizione dell’anno precedente.
Piemontese di Novi Ligure, Girardengo è il primo “Campionissimo”: ben prima di Fausto Coppi, è questo il suo soprannome. Se lo è guadagnato sul campo, anzi, proprio lungo quelle strade polverose, in anni di carriera durante gli albori eroici della disciplina.
Nato nel 1893, nel 1918 a 25 anni ha vinto la sua prima Milano-Sanremo: saranno sei alla fine, a lungo record, con la perla dell’ultimo successo ottenuto nel 1928 a ben 35 anni.
Nel 1919 ha dominato il suo primo Giro, conquistando sette delle dieci tappe previste.
Insomma, Girardengo è il più grande.
Almeno fino a quel 2 giugno 1921.
In realtà, nemmeno i giorni precedenti fanno credere che qualcosa di clamoroso stia per succedere, anzi: Girardengo vince tutte le prime quattro tappe, è in testa alla classifica e sembra lanciato verso un nuovo trionfo che appare scontato.
Sono tappe lunghe, molto più di oggi. Non ci sono solo le difficoltà di strade impervie, di un pubblico tanto appassionato quanto a volte difficile da gestire o di biciclette che non sono certo i mezzi ultra-tecnologici di oggi.

volto di ciclista famoso
Girardengo con la maglia della Maino

Un Giro per uomini duri

Ci sono i chilometri, semplicemente i tanti chilometri: la più breve delle prime quattro tappe ne misura 321 e per percorrerli, a meno di 30 di media, servono 12-13 ore, tanto che si corre ogni due giorni, per consentire un minimo di riposo a quei martiri della fatica in bicicletta.
Tuttavia, Girardengo vince lo stesso e sembra lanciato verso il bis.
Ma quel 2 giugno cambia la storia, e la fa entrare nel mito.
Si corre la Chieti-Napoli, 264 km, nemmeno tanti rispetto ai giorni precedenti anche se ci sono le salite.
Il problema, per Girardengo, almeno inizialmente, non sono però le salite, ma una caduta.
Uno scontro con un altro ciclista lo fa finire a terra: non importa, sarà già successo in passato in quel ciclismo di pionieri tanto che “Il Campionissimo” si rialza, ma ha davvero troppo dolore, tra sangue che sgorga, qualcosa di rotto e una bici ormai a pezzi.
Si va avanti, ma la fatica aumenta, perché Girardengo viene pure attaccato: dovrebbe esserci sportività, ma non siamo in una favola, e gli avversari fiutano l’occasione per togliere il primato a quello che è per tutti il più grande.
Caduto nei pressi del valico del Macerone, sull’Appennino sannita, Costante prosegue per alcuni chilometri, ma fra salite sempre più ripide, gli avversari che non mostrano pietà e dolori sempre più insopportabili, quando sale sull’Altopiano delle Cinque Miglia, provincia dell’Aquila, circa 1.300 metri sul livello del mare, nemmeno lui può davvero più farcela.

Si può essere campioni anche scendendo dalla bici

E si arrende, nonostante le insistenze della sua squadra nello spingere a proseguire: lui è il più grande e i più grandi non dovrebbero mollare mai, o almeno così ancora oggi ci piace credere.
Girardengo, “Il Campionissimo”, quello che aveva già vinto tutto e sembrava ormai lanciato verso la conquista del secondo Giro d’Italia, sull’Altopiano delle Cinque Miglia invece decide di scendere dalla bici.
Ma non si limita a questo: disegna un cerchio su quel fondo stradale così pieno di buche, ghiaia e polvere – che tanto lo aveva fatto penare fino a qualche secondo prima – e vi traccia all’interno una croce.
Un gesto simbolico, accompagnato da una frase che secondo la leggenda pronuncia al momento dell’abbandono: “Girardengo si ferma qui”.
Quel 2 giugno 1921 passa alla storia come una delle prime e più clamorose “cotte” della storia del ciclismo, ma è qualcosa di più. È un gesto di ribellione a un eroismo forzato, un’ammissione dei propri limiti, una accettazione della propria sconfitta piena di dignità.

Il giovane Girardengo al Giro d'Italia 1919

Il trionfo del "Campionissimo" al Giro d'Italia 1923

Ogni tanto, bisogna saper scendere dalla bici, fermarsi, ammettere che non si può proseguire ad ogni costo, come se l’uomo – il suo dolore e le sue fatiche – fossero altro rispetto al campione.
Girardengo si arrende, ma lo fa a testa alta, ugualmente conscio della sua grandezza: una lezione ancora attuale tanto che a cento anni di distanza con una bella iniziativa della comunità locale un monumento ricorderà quel gesto, dove la dignità dell’uomo prevalse sull’ambizione (e la necessità) di vincere del campione e di chi gli stava attorno.
Dopo oltre 3.100 chilometri di fatica, quel Giro lo vince Giovanni Brunero, ma l’edizione passa alla storia come quella dell’inaspettata “cotta” del campione a cui anche Francesco De Gregori, molti anni dopo, avrebbe dedicato una canzone.
Curati dolori e acciacchi, Girardengo risale in bici e già nel 1923 vince di nuovo il Giro d’Italia, chiudendo i conti con quelle strade che lo avevano visto arrendersi in una maniera così plateale due anni prima.
Ma in fondo Girardengo non si era arreso: era solo sceso dalla bici per risalirvi più forte di prima, ricordandoci che anche il più grande dei campioni è un uomo che a volte ha bisogno di fermarsi.

Andrea Pongetti

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